Forlì, 1961

Alfonso e Nicola Vaccari sono gemelli e congiuntamente hanno intrapreso studi di carattere artistico prima al Liceo Artistico di Ravenna, dove hanno avuto come insegnante di disegno Ettore Panighi, e poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna dove si sono diplomati nel 1985 con una tesi dal titolo “Glossario critico sui problemi della Transavanguardia”. Nello stesso anno Achille Bonito Oliva li invita a partecipare alla mostra collettiva “Desideretur” al Palazzo della Ragione di Bergamo, assieme ad altri giovani artisti che non avessero mai esposto prima. Artisti figurativi, i Vaccari – che spesso, nel tempo, si alterneranno nell’esecuzione di una stessa opera – passano progressivamente da influenze neorealiste e iperrealiste, che la critica inscrive nell’ambito della Nuova Figurazione italiana, a decisive riflessioni sull’opera di Edward Hopper, del quale ammirano particolarmente le scene urbane – simbolo di una mediocrità, di una banalità e di una solitudine quotidiane – improvvisamente riscattate da inattesi segni di bellezza. A Forlì contribuiscono a fondare l’associazione culturale “Bipenne” con la quale espongono a Ravenna nel 1986, a Forlì nel 1988, nel 1989 e nel 1991, a Bologna nel 1990 e a Bertinoro nel 1991. Dagli anni Novanta, dopo diverse esperienze, anche sperimentali, si dedicano con maggiore intensità a una pittura figurativa dai forti connotati emozionali. Sulla scorta di riprese fotografiche effettuate dall’auto in velocità, eseguono vedute, spesso notturne, di strade, aree o ambienti urbani: visioni sfuocate di un mondo quotidiano trasfigurato da flashes di luce, da viraggi coloristici, da immateriali presenze luminose e da deformazioni visive. Un mondo sfuggente che gli artisti fissano sulla tela esaltandone gli aspetti più astratti e formali e, in fondo, quelli più apparentemente lontani dai comuni soggetti prescelti. Il loro dialogo con la contemporaneità si sviluppa – tra attrazione e riflessione – anche nel campo della ritrattistica dove prevalgono interessi per figure femminili adeguate ai canoni estetici richiesti dalla cultura mediatica di massa. Nel 1994 espongono le loro opere “pseudo-realistiche” a Faenza con il titolo “I luoghi ritrovati”. Seguono mostre a Ravenna (1996) e a Misilmeri (1997), la serie di esposizioni curate dalla Migheli Arte di Bari e l’invito ad esporre alla collettiva allestita da Vittorio Sgarbi in occasione del Festival dei due Mondi di Spoleto del 2010. Nel 2014 tengono una mostra personale al Palazzo del Monte di Forlì. Claudio Spadoni, Achille Bonito Oliva, Flaminio Gualdoni e Dacia Maraini si sono interessati al loro lavoro.


Soggetti banali e una tecnica pittorica modernamente accademica sono gli ingredienti di cui i gemelli Vaccari si servono per innescare meccanismi di ripensamento sulla visione di una realtà che passa improvvisamente da rese quasi fotografiche e oggettive ad approdi squisitamente pittorici, formali e astratti.