ARTISTI ROMAGNOLI – C

LUCIANO CALDARI

Savignano sul Rubicone, 1925 - Cesena, 2012

Secondo Caldari la concezione, e la sopravvivenza stessa, di una nuova pittura realista non poteva essere limitata alla scelta di particolari temi iconografici subordinati alle direttive politiche di un partito. Il capriccio è autorevole prova di un’adesione al reale immune da contingenti ideologizzazioni e dalle forzature indotte da un preciso impegno civile e politico: una semplice affermazione esistenziale.

ACHILLE CALZI

Faenza, 1873 - 1919

Probabile ritratto della moglie colta in un momento di intimità, Nudo femminile sublima le suggestioni Art Nouveau sempre presenti in Calzi in una prova di vera e propria pittura. Il volto è realistico e anche il corpo sfugge dagli anonimi cliché tipici della grafica modernista. Il vero viene colto in un attimo fuggente e irripetibile. Una folgorazione e una apparizione, accentuata dall’effetto di controluce, immuni da fughe estetizzanti e da cerebralismi. Una adesione, rara in Calzi, ai dati più immediati e concreti della vita.

EZIO CAMORANI

Massa Lombarda, 1940

Verso la fine degli anni Ottanta, fino ai primi anni Novanta, Camorani si dedica a un ciclo che ha per tema la terra. Zolle, rocce e dettagli di paesaggi pietrosi senza la prospettiva del cielo offrono all’artista l’occasione per un avvicinamento a conformazioni naturali che assurgono a simbolo di una natura totalmente indifferente alla vicenda umana. Un senso acuito da una fredda, quasi impersonale, perfezione esecutiva e da un distaccato spirito analitico.

SERAFINO CAMPI

Faenza, 1905 - 1992

Il grande mestiere pittorico di Campi ha in Melagrane e in Nudo femminile disteso due tra i suoi più felici esiti. L’incisiva sapienza del tratto e la stesura coloristica sempre indenne da incertezze o da ripensamenti più o meno calcolati contribuiscono a una resa quasi oggettiva dei soggetti avvolti in una serena, forse anche un po’ malinconica, luce diffusa che impedisce forti contrasti e teatrali drammatizzazioni. Un vero che non aspira ad altro che alla più semplice ostentazione di sé.

PAOLA CAMPIDELLI

Longiano, 1948

In Riflessi 8, che fa parte di un ciclo di opere dedicate al delta del fiume Po, il tema acquatico, simbolo di una continua mutevolezza e rigenerazione dell’esistente, assume particolare evidenza. Terra, acqua, cielo ed elementi naturali appaiono quasi in conflitto, le forme sembrano in atto germinativo. Le ampie e svelte pennellate cercano di fissare un attimo di questo perpetuo mutamento.

GIOVANNI CAPPELLI

Cesena, 1923 - Milano, 1994

Il passaggio di Cappelli dai riferimenti a un certo vedutismo ottocentesco di ambito macchiaiolo alle sue più tipiche sintesi neo-espressioniste è ben documentato da opere come Ballerina stanca e Figura di bimbo. La solidità dell’impianto formale si disgrega per lasciare spazio a lacerti e a fantasmi meno inclini alla pedissequa descrizione del soggetto ma, con notabili accelerazioni linguistiche ed esecutive, più sottilmente pronte a cogliere onnipresenti stati di incertezza e di disperazione.

MACEO CASADEI

Forlì, 1899 - 1992

A interessare Maceo sono, all’interno di una sontuosa e fastosa capacità di resa pittorica del reale, i dettagli: la riga rossa sul fianco di una barca, la giacca rosso vivo di una fanciulla, una riga stradale gialla, l’aggrumarsi nei toni del blu di una grigia e plumbea nuvola, il portoncino rosa di un muro di recinzione, la volatilità dei colori di abiti visti in lontananza. Pittore formale, Maceo aggiorna gli ideali estetici della tradizione registrando attimi, schegge visive, istanti perfetti.

ROBERTO CASADIO

Forlì, 1942

Presentato in occasione del Premio Campigna di Santa Sofia, Paesaggio di Campigna è significativo della particolare adesione al verismo dell’artista: l’oggettività della rappresentazione naturalistica assume corollari inquietanti nel contrasto con le geometriche partiture dell’interno appena accennato e nell’inusuale posizione frontale della figura che sembra interrogare gli astanti.

LEONARDO CASTELLANI

Faenza, 1896 - Urbino, 1984

Il clima di restaurazione classica che presiede a Ritratto di famiglia, dove personaggi moderni sono ritratti in pose che ricordano la ritrattistica rinascimentale e in un ambiente colmo di citazioni manieriste, si tramuta, in L’atelier, in un più calcolato affondo nell’inaspettato contenuto anche nel più banale gesto quotidiano. Occultamento del personaggio principale, uno spazio vuoto e immoto, persone assorte, teatrali posizioni delle braccia e delle mani e un simbolico uso dello specchio concorrono congiuntamente a rendere misteriosa una pratica abituale.