MORENI MATTIA

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MORENI MATTIA

Pavia, 1920 – Brisighella, 1999

Dopo un periodo torinese durante il quale si accosta a certo espressionismo e dopo una adesione al postcubismo, Mattia Moreni entra a far parte del “Gruppo degli Otto” (insieme ad Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato ed Emilio Vedova) che, sotto l’egida di Lionello Venturi, intende superare la spaccatura avvenuta nel 1950 tra realisti e astrattisti con il termine dell’esperienza del “Fronte nuovo delle arti”. In nome del superamento di questa antimonia e del primato di una coerenza formale non immemore delle istanze più progressive del Novecento europeo e non sottostante a condizionamenti ideologici, il gruppo espone alla Biennale di Venezia del 1952 proponendo una pittura astratto-concreta. Moreni è tra i primi a recepire la novità delle tematiche informali. Nel 1956 partecipa alla Biennale di Venezia, con Francesco Arcangeli che lo aveva premiato alla seconda edizione del Premio Spoleto del 1954 e che tenta di assimilarlo alla sua teorizzazione di una linea ultimo-naturalista: dal romanticismo all’informale. Moreni si distacca ben presto dalle potenziali riproposizioni di un naturalismo di vecchio stampo insite in questa intuizione critica e si dedica a sconvolgimenti della materia che lasciano intendere tragici e oscuri destini umani. Si trasferisce a Parigi dove conosce Michel Tapié ed espone alla Galerie Rive Droite con i maggiori esponenti dell’Informale. Dai primi anni Sessanta inizia a inserire nelle sue opere segni di riferimento oggettuali (come già aveva fatto durante il soggiorno a Frascati del 1953) che aprono, dal 1964, al ciclo delle “angurie”: un massiccio e terragno frutto estivo destinato ironicamente ad assumere le più varie configurazioni e a trasformarsi via via in massa informe, in liquame e in sesso femminile. Tra Eros e Thanatos, Moreni indaga la decadenza della società contemporanea. Decadimento, morte e splendore diventano i temi della sua opera, in un groviglio difficilmente scindibile e dai toni mai tristi o afflitti da sconfortante vittimismo e, anzi, dotati di cariche fortemente vitalistiche. Dopo le angurie antropoidi, la decadenza della specie umana viene colta dall’artista con altre immagini: macro sessi femminili ormai sterili e dallo spessore di carne saldata e insiemi di simboli, tra i quali l’abbinamento umanoide-computer e quello uomo-umanoide-computer, cui si dedica negli ultimi anni di vita. In quest’opera indagativa e dissacrante entra anche il tema della “regressione della specie Belle Arti”: oggetti interpretati dall’artista secondo le possibilità espressive di un bambino o di un pazzo. Un modo per irridere a tanta parte dell’arte moderna ma anche per affermare un pensiero che nell’estremo decadimento riesce a scorgere larve di nuova vita. Negli ultimi decenni l’opera di Moreni si è svolta in gran parte in Romagna: in particolare a Santa Sofia – dove esegue cinque grandi autoritratti e la monumentale opera scultorea La mistura (1976-1984) e dove partecipa a più edizioni della rassegna d’arte contemporanea Premio Campigna – e a Brisighella. Moreni ha esposto in Italia e all’estero organizzando importanti mostre personali. Si sono interessati al suo lavoro Renato Barilli, Enrico Crispolti, Claudio Spadoni.

Bibliografia essenziale

E. Crispolti, Moreni: epica, primordio,sentimento, catalogo della mostra alla Galleria Blu
Milano 1961

F. Arcangeli, Il percorso di Mattia Moreni
catalogo della mostra antologica al Museo Civico di Bologna
Bologna 1965

F. Cavalluccci – R. Barilli, Mattia Moreni
Bologna 1992

Fondi

Galleria d’Arte Contemporanea, Santa Sofia

News

Una umile bistecca viene ingigantita da Moreni come terza opera del ciclo “regressione della specie Belle Arti” realizzato a Santa Sofia per la rassegna “La natura morta” (XVIII edizione del Premio Campigna). Un comune alimento diventa espressione monumentale, e anche ironica, di un simbolico decadimento della carne.

2021-01-22T11:01:17+00:00agosto 3rd, 2015|Artisti, M|